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Il plurale di salute

Edoardo Rosati

Ho deciso.

Sposo incondizionatamente la proposta di Mario Bertini, medico e psicologo (nel suo libro Psicologia della Salute, Raffaello Cortina Editore). Che dice: cominciamo a usare nel linguaggio comune il plurale della parola «salute».

In effetti, fateci caso: non esiste.

Come se la realtà della Salute fosse unica. Mitica. Un Eden. Una sorta di Walhalla, il paradiso degli eroi. Il Nirvana, sintesi di perfetta pace e serenità. Il “tesssoro” del Gollum. Alla stessa stregua, in pratica, delle figurine: «Ce l’ho» o «Manca».

E invece, proprio come la Malattia, che si articola in tante situazioni misurabili (le malattie, per l’appunto), anche la Salute si sfiocca in mille condizioni di benessere (altro vocabolo, ma guarda un po’, che esiste soltanto al singolare, mentre abbondano alla grande i malesseri).

Lo “starbene” è un equilibrio che in quel certo momento della vita (o della giornata) ci soddisfa. È il risultato di un’alchimia di percezioni positive, di una variegata e cangiante gamma di sensazioni “buone”. Non è la semplice assenza di malattia.

Perché, chi soffre di pressione alta o di diabete e si cura con tutti i crismi, direste che non sta bene?

Se si cominciasse una buona volta a usare il plurale della parola «salute» (salutìe, propone Bertini), chissà, forse potremmo iniziare a sgretolare questa invasiva “cultura della Patologia” che tracima e ammorba discorsi e abitudini. Tipo: “Come stai?”, “Bene”, “Ah, meno male!”. Ma perché “Meno male”, si chiede Bertini? Come se il Male/la Malattia fosse la normalità, e tutto ciò che ci regala benessere “sottraesse” qualcosina al malessere di base. “Meno quantità di male”, insomma.

E quando ci si reca dal medico di famiglia a chiedere un esamino del sangue, così, giusto per un innocente check-up? Anche in questo caso prevale non la solare prevenzione ma un approccio cupo. Il nostro curante deve comunque inventarsi sull’impegnativa… una scusa “malata”. Per esempio: «Sospetta ipertensione».

Ma quando si arriverà a scrivere «Controlli di routine in stato di salute»?

Dal blog MedicMoments, di Edoardo Rosati.

Qual è il primissimo, elementare, capitale, determinante, quintessenziale atto della Medicina?
Raccontare. E ascoltare un racconto.
Ogni paziente è un libro che chiede di essere letto con passione. Del resto, il vocabolo tecnico anamnesi, ovvero la raccolta clinica delle informazioni che ci riguardano, che cosa significa? Ricordo, reminiscenza. «Medicina e letteratura non sono così lontane come si crede». Lo afferma Siddhartha Mukherjee, l’oncologo Premio Pulitzer autore del capolavoro L’imperatore del male – Una biografia del cancro.
Nel mio blog Medic Moments non troverete analisi particolareggiate delle ultimissime news che provengono dalla ricerca medico-scientifica. Non vogliamo rincorrere e scandagliare le notizie che quotidianamente ci arrivano dai fronti avanzati delle sperimentazioni cliniche. Desideriamo invece rivolgere qualche semplice ragionamento alle parole e alle sfaccettate storie e microstorie che condiscono il caleidoscopico mondo dei dottori. Perché le parole sono farmaci. E come i medicamenti, comportano un’attenta posologia: vanno somministrate con dosi e modalità precise.
Ecco: è proprio al repertorio del vocabolario e delle narrazioni in camice bianco, tra riflessioni, ironie e paradossi, che questo blog è dedicato.