Sappiamo quanto l’Italia abbia coltivato un rapporto speciale con la medicina e le scienze umane. E quanto la perlustrazione diretta del nostro corpo sia elemento imprescindibile per l’evoluzione delle conoscenze anatomiche e il progresso della pratica chirurgica. Eppure, c’è un aspetto sostanziale della formazione medica che, per decenni, è stato relegato in secondo piano: lo studio dell’anatomia attraverso l’esplorazione diretta del corpo.
A Bologna un gruppo di menti appassionate ha voluto accendere i riflettori proprio su questo sentito tema cruciale. Tutto grazie alla visione lungimirante del professor Giovanni Mazzotti. Nato nel 1948 a Ravenna, si dedicò all’insegnamento di questa disciplina mosso da uno slancio entusiasta, che trascendeva i confini della semplice didattica. Sognava un futuro in cui gli studenti potessero acquisire una conoscenza profonda e pratica del corpo umano grazie a strutture all’avanguardia e a un approccio pedagogico innovativo. Consapevole delle carenze del sistema italico, decise di agire in prima persona, recandosi oltreoceano per formarsi presso le migliori istituzioni. L’obiettivo? Ambizioso: forgiare un ambiente di apprendimento stimolante, coinvolgente, dove i medici di domani potessero sondare con “mano” la complessità mirabile delle architetture corporee.
Sebbene Mazzotti non abbia potuto ammirare il completamento di questo disegno (si spense nel 2011), la sala settoria concepita e progettata assieme ai suoi allievi porta oggi il suo nome, tangibile testimonianza dell’energico impegno del Maestro.
Attenzione, quel «davvero eccellenti» non è affatto un cliché: ci troviamo di fronte a una realtà che, senza esagerazione, sovverte veramente ogni aspettativa e ridefinisce gli standard. Sì, perché oggi è possibile riprodurre interventi chirurgici complessi con un realismo sorprendente, anche in virtù di una tecnologia francese che consente la rivascolarizzazione (cioè il ripristino di una circolazione sanguigna sfruttando un “sosia” artificiale del sangue) nel corpo esaminato sul tavolo settorio. Tutto ciò instilla negli allievi un profondo senso di rispetto e responsabilità. In estrema sintesi, qui si pratica l’arte di simulare la vita per insegnare a custodirla.Ma i corpi donati da dove provengono?
Ecco l’altro formidabile tassello della storia: costituiscono il frutto virtuoso della generosità di chi decide di donare il proprio corpo alla scienza.
Quel corpo sarà la prima sala operatoria di uno studente, il primo battito d’orgoglio di un futuro medico o chirurgo. Un giorno, grazie a quel gesto filantropico, qualcuno vivrà. E questo, forse, è il più travolgente atto d’amore possibile.
Il Centro di Anatomia dell’Università di Bologna, con le sue sale settorie provviste di strumenti di altissima tecnologia, incarna un esempio luminoso di come l’innovazione possa da un lato arricchire la didattica e dall’altro rendere omaggio alla magnanimità di coloro che elargiscono il proprio corpo al sapere medico. E per diffondere questo messaggio così pervasivo, è stata creata un’opera a fumetti: si intitola Il primo paziente – La donazione del corpo alla scienza in graphic novel (Tunué). Unisce le parole ai disegni e nasce dalla sinergia tra l’Università e l’Accademia di Belle Arti di Bologna, sotto l’egida di Graphic Medicine Italia, un’associazione culturale fondata e presieduta dai bolognesi Stefano Ratti, professore ordinario di Anatomia umana, e Veronica Moretti, professoressa associata in Sociologia, con lo scopo di declinare i temi sfaccettati della salute attraverso l’arte fumettistica.
Il motivo di quel particolare titolo? Perché è proprio il corpo offerto alla scienza il primo paziente che ogni medico incontra all’inizio del suo cammino. Non un oggetto inerte, non un semplice supporto didattico, ma una persona vera, che affida silenziosamente la propria unicità a chi un giorno curerà e guarirà. Una scelta che non si dimentica, perché non si limita a trasmettere nozioni di anatomia: insegna che cosa significa assumersi una responsabilità e riconoscere il valore esclusivo di ogni esistenza. È un dono anonimo, sì, ma capace di lasciare un’impronta indelebile. Perché è un’eredità che attraversa il tempo. E continuerà a formare mani, menti e coscienze.
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