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L’ostracismo ai tempi di Facebook

La swimmer Roberta Villa, da tempo impegnata come molti swimmer
a contrastare con il suo lavoro i «talebani dell’antiscienza»,
come pure i «talebani dell’anti-antiscienza»,
(che pretendendo di parlare nel nome della scienza assumono
sempre più spesso atteggiamenti estremisti e intolleranti)
racconta l’esito di uno scambio avuto con alcuni esponenti di quest’ultima tribù,
che hanno evidentemente preso di mira un suo messaggio per ottenere
in modo squadristico la sua sospensione da Facebook.
Per fortuna il blocco è durato una giornata o poco più,
ma l’episodio è allarmante (Fabio Turone).

 

Il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia
è la lezione più importante che la storia ci insegna. (Aldous Huxley)

di ROBERTA VILLA

L’episodio in sé è banale, e non meriterebbe tanta attenzione, tanto più che non riguarda una persona famosa, ma una professionista come tante, che come tanti altri in questi anni negli ultimi giorni si è vista sospendere il proprio account su Facebook. Se ne parlo qui è perché è sintomo però di un meccanismo potenzialmente pericoloso per i singoli, soprattutto noi giornalisti per cui Facebook è anche strumento di lavoro e Messenger di contatti, ma in generale anche per tutta la società, che su Facebook sempre più si informa e si relaziona. Un fatto su cui riflettere un po’ tutti, insomma.

A determinare il provvedimento che mi ha impedito per 24 ore di pubblicare e rispondere è stato il commento qui sotto. L’ho scritto di getto, davanti alle parole di chi esultava davanti a una sentenza che negava il risarcimento a una famiglia colpita da una serie di tragedie, attribuite, a ragione o no, poco importa, alle vaccinazioni. Il nome cancellato è quello di una persona – non un medico, né in alcun modo un esperto – che poche righe sopra era stato preso per uno specialista nel campo dei vaccini. Come si può vedere, non si tratta di divergenza di opinioni o di un diverso approccio alla comunicazione della scienza, ma solo un semplice richiamo a mantenere una base di umanità nelle relazioni interpersonali, anche in rete, rivolto a chi in molte altre occasioni aveva dimostrato altrettanta durezza nei confronti di chiunque mostrasse dubbi o esitazioni sul tema dei vaccini. Davvero difficile capire come e perché queste parole possano essere state etichettate “come atti di bullismo o di intimidazione”.

L’atto di bullismo credo sia stato piuttosto condotto, in questo come in altri casi, nei confronti miei o di altre persone oggetto di queste sospensioni dalla piattaforma senza aver fatto nulla che possa giustificare un simile provvedimento. Come ciò avvenga, mi è ancora poco chiaro, ma pare dipenda dalle segnalazioni altrui, come quando nell’antica Atene si scriveva su un coccio di terracotta il nome della persona da esiliare dalla città: un metodo apparentemente democratico, ma ad alto rischio di strumentalizzazione e di brogli, una facile scorciatoia per eliminare un qualunque avversario politico.

Lo stesso ostracismo si sta verificando in quell’enorme villaggio globale che è Facebook: basta che un gruppo di persone ne identifichi un’altra come “nemico” per concentrare su di lei un numero di segnalazioni sufficienti a farla tacere, attraverso la sospensione del suo profilo.

Poco male, si dirà. Si vive bene anche senza Facebook. Eppure questo meccanismo è deleterio per diverse ragioni, individuali e collettive.

Dal punto di vista del singolo, una sospensione di 24 ore non fa gravi danni. Una boccata di ossigeno, quasi. Ma se la cosa si ripete, la “punizione” si aggrava, fino a un mese o più. Per chi su Facebook lavora e intrattiene rapporti professionali l’esclusione può quindi avere un impatto importante. C’è chi non poteva rispondere a offerte di lavoro inviate attraverso il sistema di messaggistica di Messenger, per esempio, che a Facebook è strettamente legata. Non meno deleterio, nel clima attuale, anche non potersi difendere da accuse o calunnie, che spesso si accompagnano a queste segnalazioni di massa, per l’impossibilità di intervenire.

L’unico modo per difendersi da questi attacchi consiste nel “bloccare” tutte le persone con cui ci si trova in forte disaccordo e che manifestano un atteggiamento abbastanza aggressivo da far temere reazioni di questo tipo. Anche questo non basta, tuttavia. Chiunque può usare gli amici, o profili falsi, per segnalare la persona che si vuole mettere a tacere.

È chiaro che la cosa è poco rilevante, per una voce come la mia di cui si può far tranquillamente a meno, ma lo stesso meccanismo potrebbe essere utilizzato per privare la rete e i social networks di una delle loro caratteristiche più preziose, cioè la possibilità di garantire libera circolazione a informazioni e idee anche importanti, che non riescano a raggiungere i canali ufficiali.

Inoltre, la necessità, per autodifesa, di bloccare chi la pensa in altro modo, non fa che peggiorare uno dei limiti dei social network di cui si sta discutendo di più in questi mesi, cioè il fatto che il dibattito si svolga sempre più all’interno di “bolle” chiuse, di casse di risonanza in cui ci si confronta solo con persone di cui si condividono le idee. È la polarizzazione, che contribuisce ad alimentare e rinforzare in questi spazi sociali chiusi anche il fenomeno delle fake news. Un metodo pericoloso, insomma. Se nella storia si è deciso che non bastano segnalazioni su un pezzo di coccio a decretare l’esclusione di una persona da un contesto sociale, una ragione ci sarà. E forse se ne dovrebbe ricordare anche chi gestisce quelle in rete.

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1 Commento su L’ostracismo ai tempi di Facebook

  1. Christian Deligant // 25 marzo 2018 a 11:04 // Rispondi

    Facebook è solo la parte più eclatante… Lo stesso meccanismo viene attuato da Hotmail, Outlook e altri provider di posta collegati a Microsoft, nonché dalle aziende che si appoggiano ai server microsoft di posta: se gli utenti indicano come “spam” alcuni messaggi di posta, il loro algoritmo “banna” il server del mittente che quindi non può più inviare posta a tutto il sistema microsoft. Intendiamoci! Questo meccanismo non tiene conto di alcuni fattori:
    – moltissimi utenti non sanno la differenza tra spam (mail di offerte e servizi non richiesti) e posta indesiderata (newsletter a cui uno è iscritto ma che non vuole più ricevere, comunicazioni commerciali del proprio gestore) e clicca il bottone “spam” perché la mail “scompare” dall’elenco della posta in arrivo;
    – una mail che un dato utente considera spam non per forza è spam per un altro utente;
    – da uno stesso server possono partire mail di diversi domini e utenti.
    E la cosa più assurda è che mentre Facebook ti avvisa che sei stato bannato, i server microsoft non avvertono né il mittente né il destinatario, cosa che va contro qualunque logica: in pratica è come se il postino recapitasse il catalogo IKEA sulla base di cosa ha deciso il vicino di casa o una rivista a cui sono abbonato sulla base dei gusti dei condomini!

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