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Cosa intendi per domenica?

di Silvia Bencivelli. 

 

«Interno Frecciarossa. Mi vibra il telefono in tasca: lo tiro fuori in silenzio e, vergognandomi un po’, osservo il display.
Numero sconosciuto.
Avvicino la testa al finestrino e butto uno sguardo fuori: l’Appennino è coperto di neve, il cielo è grigio.
Prendo il fiato e bisbiglio: ‒ Pronto?
Dice: ‒ Ciao, sono M., ti ricordi di me? Ti volevo proporre di partecipare al nostro progetto editoriale: una collana di libri sulle dipendenze.
Dico, a voce ancora più bassa, la mano a conchetta sul telefono: ‒ Dipendenze?! Guarda che io non ne ho. Non bevo il caffè, la Nutella mi fa schifo, le cose pericolose mi fanno paura… Forse, a pensarci bene, c’è il burro di cacao, ma…
Dice: ‒ No, aspetta. Per te avremmo pensato alla dipendenza dal lavoro, nel senso che…
Dipendenza. Dal. Lavoro?
Ops.
Non lo sentivo da due anni, e sta dicendo proprio: ci racconti la tua dipendenza dal lavoro?
Dipendenza. Che parola strana da associare a un lavoro indipendente. Anzi, a quello indipendente per definizione, il mio, quello del free lance, il commerciante di parole. Quello di chi scrive su commissione oppure vende idee, e lavora da solo.

Il mio lavoro è il mio nord e il mio sud, il mio est e il mio ovest, il mio mezzogiorno e la mia mezzanotte. Sono il mio boss e la mia segretaria, il mio contabile e il mio scribacchino. Faccio fotocopie, scrivo libri, inseguo i creditori e tengo conferenze. Mi sveglio tra le cinque e le venti volte al mese in un letto non mio. E se è un albergo l’ho prenotato io, come il Frecciarossa e tutto il resto. Faccio tutto da sola. Sono indipendente. Indipendente da tutto. Ed è vero: l’indipendenza genera dipendenza.
Però raccontarla non è facile. Si rischia di scivolare nella tentazione di generalizzare, di elencare le proprie perversioni professionali in forma impersonale, come se appartenessero a tutti i lavoratori-indipendenti- delle-faccende-culturali, cioè a quelli tipo me, che al contrario sono sfuggenti a ogni definizione. Oppure si rischia di soffermarsi su questioni personali e parlare solo di sé, senza accorgersi che per la maggior parte degli altri i miei problemi non sono problemi e le mie felicità non sono felicità, finendo per allungare tiritere introspettive che non interessano a nessuno.
Perché il nostro è un mondo di individualità sconnesse, e la mia è solo una di queste. Ma la mia è anche l’unica che conosca davvero e di certo è l’unica su cui abbia il diritto di pontificare. Non ho alternative: tocca che parli di me».

 

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